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Happy Companies e nuovi modelli di business grazie al Chief Happiness Officer

chief happiness officer per portare la felicità sul lavoro: postit con faccina sorridente sulla tastiera di un pc
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Secondo un sondaggio dell’OMS, effettuato presso alcune grandi aziende di tutto il mondo, la depressione è a tutti gli effetti la seconda malattia del mondo. In Europa, si stima che ben 40 milioni di lavoratori soffrano di stress lavoro correlato, una condizione associata ad un generale senso di malessere al lavoro frutto di orari di prolungati, senso di inadeguatezza, eccesso di carichi e molto altro.
Una ricerca Gallup evidenzia che tra i lavoratori del mondo l’87% è demotivato, il 25% vorrebbe cambiare lavoro e il 26% vive l’ansia del ritorno in ufficio del lunedì.
Chi o che cosa può esserci all’origine di tutto questo? Per il 75% dei collaboratori pare che gli ambienti di lavoro infelici siano il risultato delle azioni dei manager.
Che sia arrivato il momento di cambiare rotta?
La nascita della figura del CHO, Chief Happiness Officer (il Manager della Felicità in italiano), sembra proprio testimoniare la volontà di orientarsi verso un nuovo modello di business che faccia della felicità dei collaboratori il proprio punto di forza nella consapevolezza che produttività e felicità sono direttamente proporzionali.

Chi è il CHO Chief Happiness Officer

Il CHO, Chief Happiness Officer è, letteralmente, il Manager della Felicità.

Potenzialmente, ogni HR Manager, CEO e imprenditore può diventare CHO ed assumere così questo ruolo altamente strategico, oggi più che mai. In altri casi, il CHO è una figura esterna all’azienda.
Ciò che sta alla base di queste figure, in ogni caso, è una radicata consapevolezza della reale essenza delle organizzazioni: non macchine ma organismi viventi, sistemi complessi e dinamici che si relazionano ad un mondo esterno e si modificano attraverso le interazioni interne. Organismi creati da persone anch’esse in costante movimento e con bisogni, desideri, aspirazioni e valori.

Non a caso, una delle skill che vedremo appartenere ai CHO è proprio la capacità di osservare gli scenari economici e sociali e di risolvere sistemi complessi allineando le relazioni aziendali.

Il Manager della Felicità, come si intuisce dal nome stesso, è quindi responsabile della felicità dei collaboratori sul posto di lavoro ma questa figura professionale in Italia, unita alle Organizzazioni Positive che ne derivano, è ancora poco nota.

Si consideri che in tutto il mondo esistono soltanto 1500 figure specializzate

Che cosa fa il Manager della Felicità

Il CHO è quella figura, interna o esterna all’azienda, che fa della felicità e della positività sul posto di lavoro la strategia organizzative e la competenza chiave per il raggiungimento degli obiettivi in un’ottica di evoluzione sostenibile.

È proprio il Chief Happiness Officer ad occuparsi del monitoraggio del benessere dei collaboratori e dei dipendenti. Suo compito è poi quello di incrementarlo il più possibile rendendo il posto di lavoro un ambiente accogliente, e di migliorare l’intera esperienza delle persone al lavoro con conseguenti vantaggi per il rendimento sia individuale sia collettivo.

Una ricerca della Saïd Business School dell’Università di Oxford dal titolo Does Employee Happiness have an Impact on Productivity?, ha evidenziato infatti che la felicità e la soddisfazione sul lavoro aumentano concretamente la produttività delle persone. Nel caso della British Telecom, azienda sulla quale è stato effettuato lo studio, l’aumento di produttività pari al 12% ha avuto un impatto positivo sulle vendite.

Nel concreto, quindi, per ottenere questi risultati, il Manager della Felicità studia le strategie, le misure e le azioni adatte a migliorare l’ambiente di lavoro e rendere le persone più produttive e motivate: dai colloqui personali alle attività di team building, dai programmi di formazione fino all’onboarding. Tutto ciò che riguarda il rapporto tra lavoratore e azienda, insomma, viene riletto e affrontano secondo un approccio happiness-oriented che permette di rendere i dipendenti parte integrante di un sistema culturale più grande: l’azienda.

In termini generali, possiamo dire che il CHO si occupa dello sviluppo organizzativo e, in particolare, di favorire la crescita positiva dei singoli e del team.

CHO Chief Officer Manager: infografica con dati relativi alla situazione attuale nelle aziende
Fonte: Italian Institute of Positive Organizations

Perché ad oggi non possiamo più fare a meno del Chief Happiness Officer

Come abbiamo visto, le ricerche parlano chiaro: la produttività dipende fortemente da fattori psicologici e la motivazione sul lavoro è strettamente connessa ai livelli di felicità e benessere delle persone. Allo stesso tempo, la mancanza di motivazione, i casi di stress lavoro correlato e i burnout rappresentano una vera e propria emergenza

È in questo contesto quindi che la figura del Chief Happiness Officer rappresenta una boccata d’aria, un ponte di comunicazione tra il lavoratore e l’azienda, una figura che fa dell’empatia, della leadership emotiva e dell’ascolto attivo le chiavi per sciogliere situazioni di rischio.

Le grandi aziende americane, le prime ad aver introdotto la figura del CHO agli inizi del 2000 (tra queste Google e Pixar), hanno già scoperto che prendersi cura dei propri dipendenti e garantirne la felicità sul lavoro ha conseguenze dirette sul miglioramento del bilancio aziendale ma i motivi per cui, ad oggi, non possiamo fare a meno del Chief Happiness Officer non finiscono qui.

Un Manager della Felicità sarà in grado di:

  • Ridurre i costi e aumentare l’efficienza nel breve periodo: diverse fonti come Forbes, Gallup e l’Harvard Business Review, stimano che un dipendente infelice costi alle aziende circa 16.000 € in termini di minor produttività e spese sanitarie. Le Organizzazioni Positive che puntano invece alla felicità dei propri collaboratori riducono mediamente del 125% gli episodi di burnout, del 66% gli episodi di malattia e del 51% il tasso di turnover;
  • Aumentare ricavi, profitti e efficacia nel medio periodo: un ambiente di lavoro votato al benessere e alla felicità permette lo sviluppo di relazioni personali positive. Grazie alla maggior produttività individuale e collettiva, i KPI delle Organizzazioni Positive registrano una crescita significativa: per l’Harvard Business Review di tratta di un +37% di vendite, un +31% di produttività, un +300% di capacità d’innovazione e un +44% di tasso di retention.
  • Generare fiducia per un futuro florido nel lungo termine: le attività del Chief Happiness Officer hanno un impatto positivo non soltanto sui dipendenti (in termini di felicità, soddisfazione e benessere), non solo sull’azienda (in termini di risparmio in spese e aumento della produttività e dei guadagni) ma anche su tutti gli stakeholder aziendali. Un’Organizzazione Positiva permette alla cultura positiva, costituita da valori come il rispetto, l’inclusività, la trasparenza e la coerenza, di creare un ambiente di lavoro in cui le persone amano vivere e di emergere all’esterno convincendo clienti, investitori e nuovi talenti.

Le skill che non possono mancare al Manager della Felicità

HR Manager, CEO, imprenditori, consulenti…tutti possono assumersi il ruolo di Manager della Felicità. Per diventare Chief Happiness Officer, è necessario ottenere la certificazione rilasciata da IIPO (Italian Institute of Positive Organizations) in Scienza della Felicità e Management.

Il percorso prevede la certificazione di 8 competenze specifiche e funzionali alla trasformazione positiva delle organizzazioni, dei team e delle persone.

Le 8 competenze sono:

  1. Strategic thinking & positive future planning: non esiste realtà che non sia inserita all’interno di un contesto. Questa prima certificazione riguarda perciò la capacità del futuro Manager della Felicità di osservare ciò che esiste all’esterno dell’organizzazione, analizzando trend economici, politici, tecnologici, ambientali e socioculturali per potersi dedicare allo sviluppo di politiche di gestione adatte;
  2. Organization epigenetics: questa certificazione premia la capacità del futuro CHO di guardare in modo oggettivo i modelli culturali dell’organizzazione per poter valutare quali di questi possano essere implementati e quali invece abbandonati alla luce dell’obiettivo finale della felicità dei dipendenti;
  3. Evolutionary cultural change: questa tappa del percorso per diventare Chief Happiness Officer si basa sull’abilità di fondere le osservazioni del contesto esterno con quelle del contesto interno. Si tratta, insomma, della definizione di modelli coerenti con la scienza della felicità;
  4. Self Science: non è possibile ispirare il cambiamento senza viverlo personalmente e con convinzione. Questa certificazione valuta perciò la capacità del CHO di applicare a sé stesso i principi e i valori della cultura della felicità con l’obiettivo di trasformarlo così in un ambassador capace non solo di definire un piano d’azione valido per gli altri ma anche di essere un esempio e una fonte d’ispirazione;
  5. Positive leadership development: avendo assimilato i principi della cultura della felicità applicandoli a sé stesso, il futuro CHO è ora pronto a implementare piani di sviluppo di leadership positiva che coinvolgono tutti i livelli dell’organizzazione;
  6. Positive practices strategies: questo step del percorso di certificazione si focalizza sugli aspetti più operativi, valutando la capacità del Manager della Felicità di selezionare e implementare pratiche e strumenti concreti con cui generare benessere verso tutti gli stakeholder aziendali;
  7. Positive organizational management: definiti i piani, scelti gli strumenti e le pratiche da implementare, non resta che proseguire con il costante monitoraggio dei cambiamenti e con la valutazione dei risultati seguendo i principi definiti dalla [email protected];
  8. [email protected] strategy: l’ultima skill valutata da IIPO è la capacità di definire un piano strategico in grado di diffondersi concretamente a tutti i livelli organizzativi andando così ad influenzare processi e cultura per produrre risultati misurabili
le skill del manager della felicità: smile giallo

Heply, Happy place, Happy coders

Tempo fa, il nostro CEO e CHO Andrea Virgilio ha rilasciato un’intervista al sito Chiefhappinessofficer.it (la puoi trovare qui) per raccontare che cosa significa, per lui, essere un Manager della Felicità e svelare alcune delle pratiche ormai diventate tradizione in casa Heply.

Sin dalla sua nascita nel 2019, Heply è un’Organizzazione Positiva basata sulla profonda convinzione che un nuovo approccio al mondo del lavoro non sia un lusso ma, al contrario, una necessità per tutte le aziende.

Adottare la cultura della felicità ha reso gli #happycoders persone motivate e coinvolte nella mission aziendale, attive all’interno di un ambiente di lavoro positivo, sereno e stimolante capace di lasciare spazio alle persone dietro ai dipendenti. Rispetto reciproco, libertà di espressione e gestione del proprio tempo, opportunità di crescita e lavoro di squadra sono solo alcuni degli aspetti che caratterizzano la vita all’interno di un’Organizzazione Positiva come Heply.

Tra le attività pratiche di cui Andrea ha parlato nell’intervista, ecco quindi i momenti “Be Honest” in cui viene dato tempo e modo alle persone di confrontarsi e portare a galla eventuali problematiche o difficoltà o, ancora, la “Colazione da Heply” che, in ottica di totale trasparenza, rappresenta l’occasione per condividere con l’intera squadra l’andamento finanziario dell’azienda, gli obiettivi, le speranze e le scelte, per renderle di conoscenza comune ed incentivare il senso di appartenenza.

Per “misurare” la felicità, ecco che viene utilizzata una survey Happiness Index per valutare il livello di felicità in azienda in aggiunta ai colloqui one-to-one con il CHO per scambiare quattro chiacchiere di persona ed ascoltarsi a vicenda.

Insomma, come fare ad incentivare la felicità in azienda?

Ascoltando i feedback, mantenendo alta la trasparenza, incentivando il team building (in casa Heply il calcetto e il ping pong non mancano), facendo sentire le persone parte di una realtà che le valuta in quanto persone prima che come lavoratori e che ne considera desideri, aspirazioni e difficoltà. Non è sempre semplice ma è certo qualcosa per cui lottare.

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